Italy: La settimana nei mercati - 7 Settembre
INTRODUZIONE
Anche questa settimana prosegue la narrativa iniziata dalle parole di Kevin Warsh a Jackson Hole: il presidente della Federal Reserve aveva descritto un’economia ancora solida, condizioni finanziarie poco restrittive e un’inflazione troppo elevata, con il mercato che si è posizionato su un aumento delle probabilità di un rialzo dei tassi.
I dati della scorsa settimana non hanno modificato questo scenario. Negli Stati Uniti, il settore manifatturiero ha perso parte dello slancio, ma è rimasto in espansione, mentre i servizi hanno accelerato. Soprattutto, le componenti relative ai prezzi hanno continuato a segnalare pressioni inflazionistiche ancora significative.
Anche i dati JOLTS hanno mostrato un mercato del lavoro meno dinamico rispetto al passato, ma ancora stabile. In questo contesto, il dollaro ha provato a rafforzarsi raggiungendo un minimo settimanale vicino a 1,1565.
Giovedì il tono del mercato è però cambiato. Il governatore della Fed Christopher Waller ha dichiarato che sarebbe favorevole a mantenere i tassi invariati qualora i prossimi dati confermassero un rallentamento dell’inflazione. Poco dopo, il vicepresidente statunitense JD Vance ha chiesto pubblicamente una riduzione dei tassi, citando anche le difficoltà del mercato immobiliare. Le parole di Waller hanno quindi ridimensionato le attese di rialzo. La pressione politica dell’amministrazione ha aggiunto ulteriore rumore al dibattito, pur senza modificare formalmente l’indipendenza decisionale della Federal Reserve.
L’ultimo capitolo è arrivato venerdì con i Non-Farm Payrolls. L’economia americana ha creato 162 mila posti di lavoro, quasi tre volte le attese di mercato, mentre la disoccupazione è rimasta ferma al 4,1%. Il dollaro si è inizialmente rafforzato e le probabilità di un rialzo Fed sono tornate a salire. La crescita dei salari è rimasta tuttavia moderata e buona parte dei nuovi posti di lavoro si è concentrata nella ristorazione e nell’istruzione pubblica. L’EUR/USD ha così chiuso la settimana intorno a 1,1620, praticamente sul livello di partenza.
MERCATI VALUTARI
L’EUR/USD ha iniziato la settimana intorno a 1,1620 e ha tentato più volte di abbattere il supporto di 1,16. Mercoledì il cambio è sceso fino a circa 1,1565, sostenuto dalle aspettative di una politica Fed più restrittiva.
Le parole più prudenti di Waller hanno però favorito il recupero dell’euro. Venerdì, dopo la pubblicazione dei payrolls, il cambio è tornato temporaneamente sotto 1,16, ma il movimento è stato rapidamente riassorbito. La chiusura intorno a 1,1615-1,1620 ha lasciato il bilancio settimanale praticamente invariato. Area 1,16 si conferma quindi il principale punto di equilibrio.
Tra le altre valute, lo yen è stato il protagonista della settimana. L’EUR/JPY è sceso da circa 185,60 a 181,50, con un apprezzamento della valuta giapponese superiore al 2%. Il movimento è stato favorito dall’aumento delle aspettative per un rialzo dei tassi della Bank of Japan e dalla riduzione di alcune posizioni di carry trade.
La sterlina si è mantenuta relativamente stabile nei confronti dell’euro, con l’EUR/GBP in lieve rialzo verso 0,8590.
Un breve accenno merita infine la Reserve Bank of New Zealand, che ha aumentato il tasso ufficiale di 25 punti base, portandolo al 2,75%. La decisione è stata unanime e la banca centrale ha lasciato aperta la possibilità di ulteriori rialzi per combattere l’inflazione, pur sottolineando la debolezza della domanda interna. Il dollaro neozelandese non ha beneficiato del rialzo, già ampiamente atteso, e l’EUR/NZD ha terminato la settimana in leggero aumento.
MATERIE PRIME E GEOPOLITICA
Il petrolio è stato il principale protagonista tra le materie prime. La ripresa degli scontri tra Stati Uniti e Iran ha riportato l’attenzione sullo Stretto di Hormuz, dove il traffico delle navi commerciali resta inferiore alla normalità.
Brent: +7,6% nella settimana, con chiusura sopra i 96 dollari al barile.
WTI: quasi +10%, con chiusura sopra i 91 dollari.
Alle tensioni in Medio Oriente si sono aggiunti gli attacchi ucraini contro le raffinerie russe, che hanno aumentato le difficoltà di approvvigionamento.
Il rialzo dell’energia rappresenta ormai il principale collegamento tra geopolitica e politica monetaria. Petrolio e carburanti più costosi sostengono l’inflazione, aumentano i costi per le imprese e rendono più difficile il lavoro delle banche centrali.
L’oro ha invece perso oltre l’1% venerdì, scendendo intorno a 4.400 dollari l’oncia. Dopo la pubblicazione dei payrolls, il metallo prezioso aveva registrato una flessione superiore al 2%, penalizzato dall’aumento dei rendimenti obbligazionari e dalle maggiori aspettative di un rialzo Fed. Il bilancio settimanale è risultato moderatamente negativo.
Le tensioni geopolitiche hanno continuato a interessare anche le materie prime agricole. Gli attacchi contro porti, navi e infrastrutture nel Mar Nero hanno rallentato le esportazioni di grano russo e ucraino. I futures sul frumento di Chicago hanno raggiunto il livello più alto degli ultimi tre anni e mezzo e risultano in aumento di circa il 35% dalla fine di giugno.
STATI UNITI
Il quadro emerso dai dati continua a descrivere un’economia resiliente, ma caratterizzata da segnali contrastanti tra attività, occupazione e inflazione.
Non-Farm Payrolls: +162 mila, rispetto ai +56 mila attesi. Revisione dei payrolls di giugno e luglio: complessivamente +55 mila posti rispetto alle stime precedenti.
Tasso di disoccupazione: stabile al 4,1%.
Partecipazione alla forza lavoro: 61,6%, dal 61,4% precedente.
Salari medi orari: +0,3% mensile e +3,1% annuo.
JOLTS Posizioni aperte: 7,3 milioni (rimaste sostanzialmente stabili e in linea con le attese).
Anche gli indici ISM hanno restituito un quadro di crescita ancora sostenuta:
ISM manifatturiero: 54,6 punti, dai 55,6 di luglio.
ISM dei servizi: 55,4 punti, dai 54,1 precedenti.
EUROZONA
Anche nell’Eurozona i PMI hanno offerto segnali incoraggianti, soprattutto dal settore industriale.
PMI manifatturiero: 52,7 punti, dai 51,9 di luglio e livello più alto da oltre quattro anni.
PMI dei servizi: 51,6 punti, dai 51,7 precedenti.
PMI composito: 52,0 punti.
Più rilevante per la BCE è stata la risalita dell’inflazione:
Inflazione annua: 3,3%, dal 2,9% di luglio.
Inflazione energetica: 14,3%, dal 10,3% precedente.
CONCLUSIONI
La settimana ha mostrato quanto rapidamente le aspettative sui tassi possano cambiare. Warsh aveva aperto la porta a una Fed più aggressiva; Waller ha poi invitato alla pazienza; Vance ha chiesto un taglio dei tassi; infine, i Non-Farm Payrolls hanno riportato il mercato verso l’ipotesi di un rialzo.
Il dato occupazionale è stato indubbiamente forte, ma non ha eliminato tutti i dubbi. La crescita salariale rimane moderata e la creazione di nuovi posti di lavoro è stata concentrata in pochi settori. La Fed avrà quindi bisogno dell’ultimo tassello: l’inflazione.
Nei prossimi giorni l’attenzione sarà concentrata sulla riunione della BCE di giovedì, per la quale il mercato si attende un rialzo di 25 punti base portando il deposit rate dal 2,25% al 2,50%. Saranno importanti soprattutto le nuove proiezioni economiche e le indicazioni sull’eventualità di ulteriori interventi.
Negli Stati Uniti verranno pubblicati l’indice dei prezzi alla produzione giovedì e l’indice dei prezzi al consumo (IPC) nella giornata di venerdì. Quest’ultimo dato potrebbe decidere l’esito della riunione della Federal Reserve prevista nella giornata di mercoledi 16 settembre e determinare la direzionalità dell’EUR/USD.
