Italy: La settimana nei mercati - 2 Marzo

INTRODUZIONE
Il weekend ha segnato una svolta significativa nello scenario geopolitico globale. L’attacco missilistico congiunto di Stati Uniti e Israele contro obiettivi strategici in Iran, la confermata morte della Guida Suprema Ayatollah Ali Khamenei e le successive ritorsioni iraniane contro basi USA nella regione e contro Israele hanno aperto una fase di elevata incertezza che potrebbe ridefinire gli equilibri regionali e avere implicazioni macro-economiche e finanziarie rilevanti.
La reazione dei mercati alla riapertura di oggi ha visto un evidente risk-off. Il petrolio è aumentato di circa il 10%, riflettendo i timori di shock sull’offerta energetica globale. Si stima che il 20% del petrolio mondiale (e una quota simile di LNG) transita attraverso lo Stretto di Hormuz, area oggi esposta a rischio militare. Sebbene l’Iran abbia dichiarato di non voler chiudere formalmente lo Stretto, si registrano già interruzioni e deviazioni nelle rotte marittime.
Il dollaro ha reagito rafforzandosi e arrivando in area 1,1700 contro l’euro, sostenuto sia dalla sua natura di bene rifugio sia dalla correlazione positiva con il prezzo del petrolio. I futures sugli indici statunitensi hanno aperto in territorio negativo, segnalando un repricing del rischio geopolitico.
In questo nuovo contesto, il prezzo dell’energia torna ad essere la variabile chiave: un eventuale conflitto prolungato o un’interruzione significativa dei flussi nello Stretto di Hormuz potrebbe trasformare l’attuale movimento in un vero shock di offerta, con effetti diretti su inflazione, crescita e politica monetaria.
Prima dell’escalation militare, il principale driver di mercato era il fronte commerciale statunitense. La Corte Suprema USA aveva invalidato i dazi globali introdotti dall’amministrazione Trump, giudicandoli eccedenti l’autorità presidenziale. Tuttavia, la Casa Bianca aveva rapidamente reagito facendo ricorso alla Section 122 del Trade Act del 1974, introducendo un nuovo dazio globale temporaneo al 10% che può essere incrementato fino al 15% per un massimo di 150 giorni. Questo passaggio ha aumentato l’incertezza normativa: pur trattandosi formalmente di misure temporanee, la possibilità di proroghe o di ricorso ad altri strumenti legali mantiene instabile il quadro tariffario, con implicazioni su supply chain, investimenti e inflazione importata. Il mercato monitora il potenziale impatto sui prezzi al consumo e sulle future decisioni della Federal Reserve.
Sul fronte macro USA, il PIL del quarto trimestre 2025 ha mostrato una crescita annualizzata dell’1,4%, in rallentamento rispetto al 4,4% precedente, mentre l’inflazione PCE resta al 2,9% (core 3,0%), complicando il percorso di allentamento monetario. Diversi membri della Fed hanno ribadito un messaggio coerente: nessuna fretta di tagliare i tassi, con politica monetaria giudicata appropriata ai livelli attuali.
In Europa sono emersi segnali di miglioramento ciclico, in particolare in Germania, mentre l’inflazione continua a decelerare. Nel Regno Unito, oltre al dibattito sulla tempistica dei possibili tagli della Bank of England, la recente battuta d’arresto elettorale per il Partito Laburista ha indebolito la leadership di Keir Starmer, aggiungendo un elemento di incertezza istituzionale in una fase macroeconomica già delicata.
STATI UNITI
Membri Fed (Cook, Goolsbee, Waller, Barkin, Collins): nessuna urgenza di tagliare → Tagli possibili nel corso dell’anno, ma non imminenti.
Richieste iniziali di sussidi di disoccupazione: 212k (vs 217k vs 208) → Mercato del lavoro stabile, senza segnali di deterioramento marcato.
Indice dei prezzi alla produzione (IPP) Gen: +0,5% (vs +0,3% vs +0,4%).
EUROZONA
IFO Germania: 88,6 (vs 88,4 vs 87,6).
ZEW: 58,3 (in lieve calo)→ Segnali di stabilizzazione nell’eurozona, trainati dalla Germania.
Italia IPC: +0,4% m/m; +1% a/a.
Lagarde conferma volontà di completare il mandato fino al 2027.
Inflazione attesa stabilizzarsi al 2% nel medio termine.
REGNO UNITO
Andrew Bailey apre alla possibilità di un taglio dei tassi nella riunione del 19 marzo, subordinato a ulteriori segnali di raffreddamento inflazionistico.
Battuta d’arresto elettorale per il Labour, con pressione crescente sulla leadership di Starmer → Aumenta l’incertezza politica interna in un contesto di crescita fragile e inflazione ancora sopra target.
MERCATI & COMMODITIES
Petrolio in forte rialzo: +10% in area $72/barile dopo gli avvenimenti del weekend.
Oro in rialzo e ritorna sopra area 5.400/oncia.
Futures USA in negativo in apertura settimana.
Rafforzamento del dollaro. Dollar Index sale di c. 1% in area 98.5.
Il principale rischio rimane un’escalation prolungata o un’interruzione significativa dei flussi nello Stretto di Hormuz.
CONCLUSIONI
Il mercato inizia questa settimana con un contesto radicalmente mutato. L’escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran introduce un nuovo elemento di rischio, dove la variabile energetica torna centrale nella determinazione delle aspettative di inflazione, crescita e politica monetaria.
Uno scenario di conflitto prolungato e incertezza sullo Stretto di Hormuz potrebbe generare un repricing significativo del petrolio, sostenere il dollaro e comprimere gli asset rischiosi. Al contrario, segnali credibili di de-escalation potrebbero rapidamente ridurre il premio geopolitico incorporato nei prezzi.
Oltre agli sviluppi geopolitici, dal punto di vista macroeconomico saranno da monitorare con attenzione:
Indice ISM negli Stati Uniti
ADP Employment
Non Farm Payrolls
Tasso di disoccupazione USA
Indici dei prezzi al consumo (CPI) nell’Eurozona
La settimana si apre dunque con un equilibrio delicato tra shock geopolitico e fondamentali macro, con volatilità potenzialmente destinata a riemergere dopo settimane in cui i driver di mercato sembravano essere definiti.
