Italy: La settimana nei mercati - 14 Settembre
INTRODUZIONE
Nelle ultime settimane i mercati si sono chiesti quanto fosse credibile il tono più restrittivo adottato da Kevin Warsh a Jackson Hole. Questa settimana sono arrivati nuovi elementi a sostegno della sua posizione: l’inflazione continua a risentire del rincaro dell’energia e le principali banche centrali sembrano nuovamente orientate verso politiche più restrittive.
La BCE è stata la prima a muoversi. Giovedì ha aumentato i tassi di 25 punti base, portando i tassi di riferimento al 2,50%. La decisione, presa all’unanimità, è stata definita da Christine Lagarde quasi inevitabile alla luce di un’inflazione destinata a rimanere sopra il target più a lungo del previsto.
La comunicazione è risultata più restrittiva delle attese. La BCE ha rivisto al rialzo le previsioni di crescita e ha posto particolare attenzione al rischio che l’aumento del prezzo degli energetici si trasferisca progressivamente sia sui prezzi che sui salari. Lagarde non ha indicato un percorso prestabilito, ma ha lasciato aperta la porta a nuovi interventi prima della fine dell’anno.
Secondo Danske Bank, la BCE potrebbe aumentare i tassi di altri 25 punti base sia a ottobre sia a dicembre, portando il deposit rate al 3,00%. La previsione riflette soprattutto il forte peso assunto dall’energia nelle valutazioni del Consiglio direttivo.
Negli Stati Uniti, l’inflazione di agosto ha restituito un quadro simile. La crescita annuale dei prezzi è rimasta stabile al 3,4% e l’inflazione core è leggermente diminuita, ma il dato mensile ha accelerato con il rincaro della benzina che ha pesato per oltre un terzo dell’aumento.
Il messaggio è quindi meno rassicurante di quanto suggerisca il dato annuale: la componente core è in calo, ma il petrolio sopra i 100 dollari rischierebbe di interrompere il processo di disinflazione. Dopo la pubblicazione dell’IPC, le probabilità di un rialzo della Federal Reserve questa settimana sono salite vicino al 90%.
La settimana si è così chiusa con BCE e Federal Reserve apparentemente dirette nella stessa direzione. A fare la differenza sui mercati valutari non è stato tanto il rialzo europeo, già ampiamente previsto, quanto la rapidità con cui sono aumentate le aspettative di una stretta monetaria negli Stati Uniti.
MERCATI VALUTARI
L’EUR/USD ha iniziato la settimana intorno all’ 1,1620 e, nella prima parte, ha provato a spingersi al rialzo verso area 1,1650. L’aumento dei tassi della BCE avrebbe offerto un temporaneo sostegno all’euro in quanto la decisione era già ampiamente scontata dal mercato e Lagarde non ha fornito indicazioni precise sul momento del prossimo intervento.
Il quadro è cambiato tra giovedì e venerdì. I dati sui prezzi alla produzione e al consumo statunitensi hanno rafforzato le aspettative di un rialzo Fed, favorendo il dollaro. Il cambio è sceso fino a circa 1,1570, prima di chiudere la settimana intorno a 1,1600.
In apertura di mercati, il nuovo aumento del petrolio e il rafforzamento delle attese sui tassi americani hanno riportato l’EUR/USD in area 1,1550-1,1565.
Lo yen è rimasto tra le valute più forti. L’EUR/JPY con un apprezzamento della valuta giapponese vicino al 2% in area 178. Il movimento è stato sostenuto dalle aspettative di un rialzo della Bank of Japan e dalla riduzione delle posizioni di carry trade. Questa mattina il cambio si è mantenuto intorno a 178,30, mentre l’USD/JPY è rimasto vicino in area 154. La sterlina è rimasta meno volatile. L’EUR/GBP è sceso leggermente, con un leggero calo in area 0.8560.
MATERIE PRIME E GEOPOLITICA
Il petrolio è stato ancora una volta il principale collante tra geopolitica, inflazione e politica monetaria.
Brent: circa +8% nella settimana, con chiusura venerdì intorno a 104,50 dollari al barile.
WTI: chiusura settimanale poco sopra i 100 dollari al barile.
Nelle prime ore di lunedì, il Brent è risalito verso 106,50-107 dollari e il WTI sopra i 102 dollari.
Le tensioni si sono concentrate attorno alle due principali rotte energetiche della regione. Gli Houthi hanno rafforzato la propria presenza vicino allo stretto di Bab el-Mandeb, mentre nuove azioni militari contro navi commerciali hanno aumentato i rischi nello Stretto di Hormuz.
Nel fine settimana una nuova escalation; un attacco con droni ha inoltre provocato la chiusura temporanea dell’oleodotto saudita che permette a Riyadh di trasportare il greggio verso il Mar Rosso, evitando Hormuz. Una sua interruzione prolungata potrebbe mettere a rischio una parte significativa dell’offerta mondiale.
Il rinvio dell’incontro tra Iran e Paesi del Golfo previsto in Oman ha ridotto ulteriormente le speranze di una rapida de-escalation. Il mercato non sta più prezzando soltanto il rischio geopolitico, ma una difficoltà concreta nel trasporto e nella disponibilità del petrolio.
L’oro ha chiuso la settimana in calo di circa l’1,5%, intorno a 4.360 dollari l’oncia. Nonostante le tensioni internazionali, il metallo prezioso è stato penalizzato dall’aumento dei rendimenti obbligazionari e dalle maggiori aspettative di rialzo dei tassi. Nelle prime ore di lunedì è tornato verso area 4.330 dollari.
STATI UNITI
I dati hanno confermato che il principale rischio per la Federal Reserve continua a essere rappresentato dall’inflazione energetica e dalle aspettative dei consumatori.
IPC: +0,4% mensile, rispetto al +0,1% di luglio.
Inflazione annuale: stabile al 3,4%.
Inflazione core: +0,3% mensile e +2,4% annuo, dal 2,5% precedente.
Prezzi dell’energia: +2,1% mensile e +16,3% annuo.
Prezzi della benzina: +3,9% mensile.
Anche i prezzi alla produzione hanno accelerato:
PPI: +0,4% mensile e +5,4% annuo.
Prezzi dei beni: +1,1% mensile.
Componente energia: +4,2% mensile.
Prezzi del diesel: +24,1% mensile.
PPI al netto di alimentari, energia e servizi commerciali: +0,3% mensile e +4,7% annuo.
Dal mercato del lavoro non sono arrivati segnali di particolare debolezza:
Nuove richieste di sussidi di disoccupazione: 206 mila, sostanzialmente stabili rispetto alla settimana precedente.
Più preoccupante è stato il sondaggio dell’Università del Michigan:
Fiducia dei consumatori: 47,8 punti, dai 51,7 di agosto.
Aspettative di inflazione a un anno: 4,6%, dal 4,0%.
Aspettative a cinque anni: 3,4%, dal 3,3%.
EUROZONA
La BCE ha aumentato i tre tassi ufficiali di 25 punti base, portando il tasso sui depositi dal 2,25% al 2,50%. Le nuove proiezioni descrivono un’inflazione più persistente, ma anche un’economia più resistente del previsto:
Inflazione prevista nel 2026: 3,0% - 2027: 2,5% - 2028: 2,1%.
Crescita prevista nel 2026: 0,9% - 2027: 1,4% - 2028: 1,5%.
La BCE ha inoltre confermato il quadro emerso dalla stima preliminare di agosto:
Inflazione complessiva: 3,3%, dal 2,9% di luglio.
Inflazione energetica: 14,3%, dal 10,3%.
Inflazione core: 2,4%, dal 2,5%.
Inflazione dei servizi: 3,0%, dal 3,3%.
RESTO DEL MONDO
Dalla Cina sono arrivati dati commerciali molto solidi, sostenuti soprattutto dalla domanda internazionale di semiconduttori, prodotti tecnologici e veicoli elettrici. La crescita continua però a dipendere soprattutto dalla domanda estera, mentre consumi interni e mercato immobiliare rimangono deboli:
Esportazioni: +25% annuo ad agosto.
Importazioni: +28,2% annuo.
Surplus commerciale: 119,1 miliardi di dollari.
Inflazione al consumo: +0,8% annuo.
Prezzi alla produzione: +3,8% annuo, dal 3,5%.
Nel Regno Unito, il PIL è aumentato dello 0,4% mensile a luglio, contro attese di crescita nulla. Su base annua, l’economia è cresciuta dell’1,6%, il ritmo più elevato degli ultimi diciotto mesi. Il dato riduce l’urgenza di un sostegno monetario da parte della Bank of England, soprattutto in presenza di nuove pressioni energetiche.
CONCLUSIONI
La settimana ha confermato il ritorno di uno scenario che le banche centrali speravano di essersi lasciate alle spalle: crescita ancora resiliente, ma inflazione alimentata da uno shock energetico difficile da controllare con i soli tassi di interesse.
La BCE ha scelto di intervenire e, pur senza indicare in anticipo il passo successivo, ha lasciato aperta la possibilità di nuovi aumenti. Negli Stati Uniti, l’accelerazione mensile dei prezzi e l’aumento delle aspettative di inflazione hanno invece portato il mercato a considerare quasi certo un rialzo della Federal Reserve.
Mercoledì 16 settembre la Fed sarà quindi il principale appuntamento della settimana. Il mercato attribuisce una probabilità vicina al 90% a un aumento di 25 punti base, che porterebbe il federal funds rate al 3,75%-4,00%. Goldman Sachs si è allineata a questa previsione, mentre J.P. Morgan si attende un secondo rialzo anche a dicembre. Oltre alla decisione, saranno determinanti le nuove proiezioni economiche e il tono utilizzato da Warsh per descrivere i prossimi mesi.
Giovedì verrà pubblicato il dato definitivo sull’inflazione dell’Eurozona, atteso in conferma al 3,3%. Nella stessa giornata si riunirà la Bank of England, che dovrebbe mantenere il tasso invariato al 3,75%. Il Comitato britannico è però diviso. Nell’ultima riunione, sei membri hanno votato per mantenere i tassi invariati, mentre Megan Greene, Catherine Mann e Huw Pill hanno preferito un rialzo di 25 punti base al 4,00%.. Il rialzo del petrolio sopra i 100 dollari e la crescita britannica superiore alle attese potrebbero quindi rendere nuovamente serrato il confronto, anche se il consenso continua a prevedere tassi invariati.
Venerdì sarà infine il turno della Bank of Japan. Il consenso degli analisti è molto netto: 66 economisti su 68 prevedono un rialzo di 25 punti base, dall’1,00% all’1,25%. Una decisione accompagnata da indicazioni restrittive potrebbe offrire ulteriore sostegno allo yen; un tono più prudente rischierebbe invece di provocare una rapida correzione.
In pochi giorni si riuniranno quindi Fed, Bank of England e Bank of Japan. Il punto centrale non sarà soltanto quali banche aumenteranno i tassi, ma quanto saranno disposte a proseguire nel percorso restrittivo qualora il petrolio restasse sopra i 100 dollari.
