Italy: La settimana nei mercati - 13 Aprile

INTRODUZIONE
La settimana è stata dominata dall’evoluzione del confronto tra Stati Uniti e Iran attorno allo Stretto di Hormuz, che si è confermato il principale fattore di rischio per inflazione e mercati. La scorsa settimana è iniziata con un clima estremamente teso: i commenti di Donald Trump e l’ultimatum rivolto a Teheran per la riapertura dello stretto hanno alimentato una forte incertezza, mantenendo elevato il premio per il rischio geopolitico e sostenendo una chiara dinamica difensiva su petrolio, dollaro e asset di rischio. Solo nella notte tra martedì e mercoledì il tono è cambiato, quando l’annuncio di una tregua temporanea di due settimane ha innescato un rapido repricing del rischio.
La reazione dei mercati è stata immediata e trasversale. Il petrolio ha registrato un brusco ribasso iniziale di circa il 20%, l’azionario globale ha beneficiato di un deciso "relief rally" e il dollaro ha perso parte della forza accumulata nella fase più acuta delle tensioni, con l’EUR/USD che si èa riportato in area 1,17.
Con il passare delle sedute sono però riemersi dubbi sulla reale tenuta del cessate il fuoco e soprattutto sull’effettiva normalizzazione dei trasporti attraverso lo stretto di Hormuz. Il mercato ha quindi corretto almeno in parte l’entusiasmo iniziale, tornando a prezzare non tanto una vera stabilizzazione del quadro, quanto piuttosto una tregua fragile.
Gli sviluppi del weekend hanno ulteriormente rafforzato questa lettura. I colloqui tra Washington e Teheran tenuti a Islamabad non hanno prodotto un accordo, mentre Donald Trump ha annunciato l’avvio da lunedì di un blocco del traffico marittimo diretto ai porti iraniani. Pur non configurando una chiusura completa dello Stretto di Hormuz, la misura rappresenta una nuova escalation e riporta al centro il rischio di un ulteriore escalation militare nell’area. La risposta iraniana, che ha definito l’avvicinamento di navi militari allo stretto come una violazione del ceasefire, ha immediatamente riacceso il nervosismo sui mercati energetici, con il greggio tornato sopra area 100 dollari al barile.
Sul fronte macroeconomico, i dati pubblicati durante la settimana hanno restituito un quadro misto, soprattutto negli Stati Uniti. Da un lato emergono segnali di crescita meno brillante, con la revisione del PIL del quarto trimestre allo 0,5% e richieste di sussidio di disoccupazione sopra le attese; dall’altro, il dato CPI pubblicato venerdì ha mostrato una nuova accelerazione dell’inflazione americana, rafforzando l’idea di una Federal Reserve ancora costretta a mantenere un approccio prudente e fortemente dipendente dai dati. Parallelamente, anche altre banche centrali hanno confermato un’impostazione cauta: la Reserve Bank of New Zealand ha lasciato i tassi invariati al 2,25%, segnalando però di essere pronta a intervenire con decisione qualora il rincaro energetico dovesse tradursi in ulteriore inflazione.
STATI UNITI
• ISM Services PMI: 54,0 vs 54,8 atteso. → Il settore servizi resta in area espansiva, ma mostra un rallentamento rispetto alle attese, confermando un’economia ancora resiliente ma meno brillante.
• Final GDP q/q: 0,5% vs 0,7% atteso. → La revisione al ribasso del PIL segnala una crescita meno solida del previsto nella parte finale del 2025.
• Unemployment Claims: 219K vs 210K atteso. → Il mercato del lavoro resta complessivamente stabile.
• CPI di marzo: accelerazione dell’inflazione USA, primo segnale più visibile dell’impatto dello shock energetico.
EUROZONA
• Quadro macro area euro: crescita debole e contesto ancora fragile. → L’Eurozona continua a essere una delle aree più esposte a shock energetici prolungati.
• German Industrial Production m/m: -0,3% contro attese positive. → Il dato conferma la persistente debolezza del comparto industriale tedesco e rafforza i dubbi sulla capacità della Germania di trainare la ripresa europea.
• BCE / contesto inflattivo: resta alta l’attenzione agli effetti di secondo round legati all’energia. → Il rischio è quello di un equilibrio sempre più fragile tra crescita debole e inflazione più persistente.
• Ungheria: elezioni storiche con la sconfitta di Viktor Orbán dopo 16 anni al potere e la netta vittoria del partito Tisza guidato da Péter Magyar. → Il voto è stato accolto positivamente dai mercati regionali, con il fiorino in forte rafforzamento e aspettative di relazioni più distese con Bruxelles, oltre alla possibilità di sbloccare parte dei fondi UE congelati.
CONCLUSIONI
Gli sviluppi del fine settimana confermano quanto il quadro resti fragile. Il mancato accordo nei colloqui di Islamabad, l’annuncio di un blocco del traffico diretto ai porti iraniani e la dura risposta di Teheran hanno rimesso al centro il rischio di una nuova escalation, riportando il focus del mercato sulla sicurezza dei flussi energetici e sulla sostenibilità della tregua. Parallelamente, sul fronte europeo, le elezioni in Ungheria rappresentano un passaggio politico storico, con potenziali implicazioni positive per il sentiment regionale e per i rapporti tra Budapest e Bruxelles.
Per la prossima settimana, l’attenzione del mercato resterà quindi ancorata al driver principale: la tenuta effettiva della tregua, lo stato dei trasporti attraverso Hormuz e l’eventuale impatto di nuove tensioni su petrolio, inflazione attesa e posizionamento sul dollaro. In questo contesto, energia e geopolitica continueranno a rappresentare il principale catalizzatore della volatilità su cambi, tassi e risk asset.
