Italy: La settimana nei mercati - 1 Settembre
INTRODUZIONE
La settimana appena trascorsa è stata dominata dal simposio di Jackson Hole, dove il presidente della Federal Reserve Kevin Warsh ha utilizzato toni più decisi del previsto sull’inflazione, spingendo i mercati a rivedere le aspettative sui tassi d’interesse statunitensi.
Il messaggio di Warsh è stato piuttosto chiaro; l’economia americana continua a mostrare una buona capacità di tenuta e il mercato del lavoro rimane nel complesso stabile, l’inflazione resta quindi il principale problema per la Federal Reserve.
Warsh ha ricordato che l’inflazione si trova ben al di sopra dell’obiettivo del 2%, sottolineando inoltre come i dati più incoraggianti pubblicati durante l’estate non siano ancora sufficienti per parlare di un miglioramento strutturale.
Il presidente della Fed non ha però anticipato una decisione precisa per la prossima riunione, ma il mercato ha interpretato le sue parole come un’apertura alla possibilità di un nuovo rialzo dei tassi.
Le probabilità attribuite a un aumento dei tassi nella riunione di settembre sono così salite da circa il 35% a oltre il 55%. Il rendimento del Treasury statunitense a due anni è aumentato fino al 4,36%, mentre il dollaro ha registrato il maggiore rialzo settimanale delle ultime dieci settimane.
A rafforzare l’interpretazione delle parole di Warsh al Jackson Hole sono stati anche i dati macroeconomici pubblicati durante la settimana. L’inflazione PCE si è confermata al 3,7% su base annua, mentre la componente core è rimasta al 3,3%.
I dati preliminari hanno visto un PIL statunitense crescere dell’1,5% su base annua nel secondo trimestre, in rallentamento rispetto al 2,1% dei primi tre mesi dell’anno. Il dato complessivo nasconde tuttavia una domanda interna ancora piuttosto solida. I consumi e gli investimenti privati hanno infatti mostrato una crescita superiore a quella del PIL, sostenuti anche dagli investimenti legati all’intelligenza artificiale.
Anche gli ordini di beni durevoli sono aumentati più delle attese, confermando una buona tenuta degli investimenti aziendali. Il quadro che emerge è quindi quello di un’economia in rallentamento, ma non sufficientemente debole da costringere la Fed a tollerare un’inflazione ancora lontana dal target.
Sul mercato valutario, l’EUR/USD aveva iniziato la settimana in prossimità dell 1,1700, ma dopo essere rimasto relativamente stabile fino a giovedì, il cambio è sceso rapidamente in seguito alle dichiarazioni di Warsh, scendendo sotto l’area 1,1600 e chiudendo la settimana in calo di circa lo 0,8%.
Anche in Europa, i verbali dell’ultima riunione della BCE hanno mostrato una banca centrale ancora molto attenta all’evoluzione dell’inflazione e dei prezzi dell’energia.
Tutti i membri del Consiglio direttivo avevano concordato sulla necessità di lasciare invariati i tassi nella riunione di luglio, dopo l’aumento deciso a giugno. La pausa era stata giustificata dal rallentamento dell’inflazione, dalla moderazione dei salari e dall’assenza, almeno per il momento, di effetti di secondo livello particolarmente evidenti.
Dai verbali è tuttavia emersa una posizione meno accomodante di quanto la decisione finale potesse suggerire. Alcuni membri non si sarebbero opposti a un nuovo rialzo già a luglio, mentre il Consiglio ha riconosciuto che un ulteriore aumento potrebbe rendersi necessario qualora il quadro inflazionistico non migliorasse in maniera significativa.
I dati preliminari pubblicati alla fine della settimana hanno rafforzato queste preoccupazioni. In Francia, l’inflazione è salita al 2,7%, mentre in Spagna ha raggiunto il 4,5%. In entrambi i casi, l’accelerazione è stata legata soprattutto ai prezzi energetici.
La BCE continua quindi a trovarsi di fronte a un equilibrio complesso. L’economia dell’Eurozona sta mostrando una discreta resilienza, ma l’aumento dei costi energetici e il rischio di una trasmissione più ampia sui prezzi potrebbero rendere necessario un nuovo intervento sui tassi.
Sul fronte delle materie prime, il petrolio ha registrato una settimana particolarmente volatile. Il Brent ha chiuso venerdì in area 89 dollari al barile, in calo di oltre il 5% rispetto alla settimana precedente, mentre il WTI è sceso in area 83 dollari.
Il ribasso è stato favorito dalle aspettative di un possibile accordo per facilitare il traffico commerciale attraverso lo Stretto di Hormuz e dalla convinzione che le nuove sanzioni statunitensi contro l’Iran rappresentassero un rischio inferiore per l’offerta rispetto a una nuova escalation militare.
La situazione è tuttavia cambiata nuovamente durante il fine settimana. Gli Stati Uniti hanno colpito alcune postazioni iraniane sull’isola di Larak, nello Stretto di Hormuz, e Teheran ha risposto con attacchi contro obiettivi statunitensi nella regione. Le tensioni hanno riportato il Brent sopra i 91 e il WTI sopra gli 86 dollari nelle prime contrattazioni di lunedì.
Anche l’oro ha risentito delle aspettative sui tassi statunitensi. Dopo avere raggiunto un massimo intorno ai 4700 dollari l’oncia nella prima parte della settimana, il metallo prezioso ha perso circa il 3% nella sola seduta di venerdì, penalizzato dall’aumento dei rendimenti obbligazionari e dal rafforzamento del dollaro.
STATI UNITI
Inflazione PCE: +0,2% mensile e +3,7% annuale.
Inflazione PCE core: +0,2% mensile e +3,3% annuale.
Redditi personali: +0,4% mensile.
Spesa per consumi nominale: +0,2% mensile.
PIL del secondo trimestre (preliminare): +1,5% annualizzato, invariato rispetto alla prima stima e in rallentamento dal +2,1% del primo trimestre.
Vendite finali reali agli acquirenti privati domestici: +4,2% annualizzato.
Ordini di beni durevoli: +1,1% mensile.
Ordini di beni durevoli al netto dei trasporti: +0,4%.
Nuove richieste settimanali di sussidi di disoccupazione: 203 mila.
Revisione preliminare dell’occupazione non agricola: –79 mila posti di lavoro nei dodici mesi terminati a marzo 2026.
EUROZONA
I verbali della BCE hanno confermato che la pausa di luglio non deve essere necessariamente interpretata come la conclusione del ciclo di rialzi.
Tutti i membri hanno sostenuto la decisione di lasciare invariati i tassi dopo l’aumento di giugno.
Alcuni membri non si sarebbero opposti a un ulteriore rialzo già nella riunione di luglio.
La BCE ha sottolineato che un nuovo aumento dei tassi potrebbe rendersi necessario se il quadro inflazionistico non migliorasse in maniera significativa.
I rischi per l’inflazione rimangono orientati al rialzo, soprattutto a causa dei prezzi energetici e delle tensioni in Medio Oriente.
CONCLUSIONI
La settimana ha mostrato un progressivo spostamento delle aspettative verso politiche monetarie più restrittive sia negli Stati Uniti sia nell’Eurozona.
Negli Stati Uniti, la crescita del PIL ha rallentato, ma la solidità della domanda interna, degli investimenti e del mercato del lavoro consente alla Federal Reserve di mantenere l’attenzione concentrata sull’inflazione. Le parole di Warsh hanno rafforzato la possibilità di un rialzo dei tassi nei prossimi mesi e riportato sostegno al dollaro.
Nell’Eurozona, i verbali della BCE e la nuova accelerazione dei prezzi in Francia e Spagna hanno mantenuto aperta l’ipotesi di un ulteriore rialzo a settembre. L’evoluzione dei prezzi energetici rimarrà però determinante, soprattutto dopo la nuova escalation tra Stati Uniti e Iran.
Questa settimana l’attenzione sarà concentrata sull’inflazione preliminare dell’Eurozona, sugli indici ISM statunitensi e sui dati del mercato del lavoro americano, con la pubblicazione dei JOLTS e dei Non-Farm Payrolls di agosto. Sarà inoltre importante la decisione sui tassi della Bank of Canada.
Sul fronte geopolitico, gli sviluppi nello Stretto di Hormuz continueranno a rappresentare il principale fattore di rischio per il petrolio, per le aspettative di inflazione e, indirettamente, per le prossime decisioni delle banche centrali.
