Italy: La settimana nei mercati - 1 Giugno
INTRODUZIONE
La settimana ha mantenuto il Medio Oriente al centro dell’attenzione dei mercati con il negoziato tra Stati Uniti e Iran che continua a trasmettere segnali contraddittori. Nella seconda metà della settimana il mercato aveva iniziato a posizionarsi con maggiore convinzione sull’ipotesi di un avvicinamento dell’accordo, anche sulla base delle indiscrezioni su una possibile proroga di 60 giorni del cessate il fuoco e su una graduale riapertura di Hormuz. A rafforzare questa lettura avevano contribuito sia i toni relativamente costruttivi di Rubio, sia le indicazioni, arrivate da fonti iraniane, di una riduzione delle distanze tra le parti. Allo stesso tempo, però, restavano aperti proprio i due nodi più sensibili del confronto: il destino delle scorte di uranio arricchito e il futuro assetto operativo dello Stretto di Hormuz.
Inoltre, nella giornata di venerdì, Trump aveva lasciato intendere una revoca del blocco navale, comunicazione letta come un ulteriore segnale di una possibile svolta. Tuttavia, proprio quando lo scenario sembrava orientarsi verso una distensione più credibile, il fine settimana ha riportato in primo piano la fragilità della situazione con nuovi raid militari americani contro obiettivi iraniani e una successiva risposta di Teheran contro una base utilizzata degli Stati Uniti in Kuwait. In altre parole, il negoziato resta formalmente aperto e forse più vicino di quanto apparisse qualche settimana fa, ma continui segnali contradditori non offrono un quadro certo sulla normalizzazione dello scenario.
Sul fronte macroeconomico, la settimana ha accentuato ulteriormente la divergenza tra Stati Uniti ed Europa. Negli Stati Uniti la revisione al ribasso del PIL del primo trimestre hanno confermato un’economia che rallenta ma non si spegne e un inflazione ancora troppo alta per consentire al mercato di tornare a valutare tagli dei tassi della Fed. Nell’Eurozona, invece, i PMI flash di maggio hanno mostrato un indebolimento più marcato dell’attività, soprattutto nei servizi, con la Commissione Europea che ha rivisto al ribasso la crescita 2026 e al rialzo i forecast sull’inflazione. Anche il dato britannico sui prezzi al consumo, se pur più morbido del previsto, non basta a eliminare il rischio che lo shock dei prezzi energetici possa avere un impatto sul breve e medio termine.
In questo contesto anche i mercati valutari si sono mossi con incertezza, l’EUR/USD ha scambiato durante la settimana in un range abbastanza contenuto stabilizzandosi a fine settimana e inizio contrattazioni di questa settimana in area 1,1650, forse segnalando una mancanza di direzionalità in questa fase di incertezza geopolitica e macroeconomica. Il greggio nonostante sia lontano dai massimi di Aprile, continua a scambiare su valori storicamente elevati in area $90/barile.
STATI UNITI
PIL USA Q1 (seconda lettura): crescita rivista all’1,6% annualizzato dal 2,0% iniziale. → Il dato conferma una perdita di slancio rispetto alle letture precedenti, ma non cambia la narrativa di un’economia ancora più resiliente rispetto a quella europea.
PCE aprile: inflazione cresce al 3,8%, con un profilo che resta poco compatibile con l’idea di tagli rapidi dei tassi.
EUROZONA
Commissione Europea – quadro 2026: crescita rivista a 0,9% e inflazione a 3,0%. → Il messaggio è chiaro: l’Eurozona resta vulnerabile, con meno crescita e minacce inflazionistiche.
BCE / Lagarde / Lane: il tono resta prudente ma meno accomodante di quanto il mercato sperava qualche settimana fa. → Le minute hanno confermato un’impostazione hawkish, con giugno sempre più vicino come finestra concreta per una possibile stretta, pur in un contesto di trade-off sempre più complesso tra crescita debole e inflazione. Allo stesso tempo, le indagini della Commissione sulle aspettative di prezzo offrono un po’ di sollievo, soprattutto nei servizi, dove per ora non si vedono ancora forti effetti di secondo giro.
ASIA
Cina / tassi di interesse: la banca centrale ha lasciato invariati i Loan Prime Rates per il dodicesimo mese consecutivo, con l’1Y al 3,0% e il 5Y al 3,5%. → La scelta conferma un approccio prudente: Pechino riconosce la debolezza della domanda interna, ma continua per ora a evitare un allentamento più deciso.
Giappone: l’inflazione core è scesa più del previsto, anche per effetto dei sussidi. → Il rallentamento dei prezzi non cambia però il fatto che l’energia continui a rappresentare un rischio di fondo per un Paese fortemente dipendente dalle importazioni.
CONCLUSIONI
La settimana ha confermato un quadro ancora incerto. La situazione in Medio Oriente rimarrà il principale driver di breve periodo, perché continua a influenzare direttamente il prezzo del greggio e, di riflesso, le aspettative d’inflazione. Allo stesso tempo, i dati macro hanno reso ancora più evidente la divergenza tra Stati Uniti ed Eurozona: da una parte un’economia americana che rallenta ma continua a mostrare una certa resilienza, dall’altra un’Europa che evidenzia segnali più chiari di vulnerabilità, soprattutto in presenza di prezzi energetici ancora elevati.
Per la prossima settimana il mercato continuerà quindi a monitorare l’evoluzione del negoziato tra Washington e Teheran, ma l’attenzione si sposterà anche sui nuovi dati macroeconomici. In Europa saranno rilevanti i dati flash sull’inflazione, mentre negli Stati Uniti il focus sarà prima sui JOLTS e poi, soprattutto, sui Non-Farm Payrolls di venerdì. Il dato sul mercato del lavoro americano sarà particolarmente importante perché potrebbe contribuire a chiarire se il rallentamento dell’economia USA resta ordinato oppure se sta iniziando a trasmettersi in modo più evidente anche all’occupazione.
In questo senso, una lettura ancora solida dei NFP potrebbe rafforzare l’idea di una Fed costretta a mantenere un atteggiamento prudente più a lungo, offrendo supporto al dollaro. Al contrario, un dato più debole del previsto potrebbe riaprire il dibattito su possibili tagli dei tassi, riducendo il sostegno al biglietto verde e aumentando la volatilità su EUR/USD. Dopo una settimana in cui il cambio si è mosso in un range relativamente contenuto, il mercato potrebbe quindi trovare proprio nei dati sul lavoro USA il prossimo catalizzatore direzionale.
