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October 5, 2026Cross-Border
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Italy: La settimana nei mercati - 5 Ottobre

INTRODUZIONE

Gli ultimi dati statunitensi hanno riportato il focus di mercato sulle aspettative di rialzo dei tassi da parte della FED. Nella prima parte della settimana, il dollaro aveva continuato a beneficiare dell’aumento dei rendimenti obbligazionari e delle aspettative di una Federal Reserve ancora aggressiva. La pubblicazione di un’inflazione leggermente più contenuta e, soprattutto, la debolezza dei dati occupazionali hanno però ridimensionato sensibilmente l’ipotesi di un nuovo rialzo già a ottobre.

Il dato più significativo è che il dollaro ha mantenuto un’impostazione positiva nonostante il calo delle aspettative sui tassi americani. La reazione iniziale ai deboli payrolls è stata infatti rapidamente riassorbita, soprattutto nei confronti dell’euro.

In Europa, l’accelerazione dell’inflazione avrebbe normalmente favorito la valuta unica e rafforzato le aspettative di un nuovo intervento della BCE. Questa volta, però, l’attenzione si è spostata sulla Francia, dove le difficoltà politiche nell’approvare il nuovo piano di bilancio hanno provocato un forte aumento dei rendimenti e riacceso i timori di contagio all’interno dell’Eurozona.

L’ultima discesa dell’EUR/USD parrebbe quindi essere non solo legata alla sola politica monetaria ma anche alla debolezza specifica dell’euro. Le tensioni sui titoli francesi e l’impatto dello shock energetico su un’economia fortemente dipendente dalle importazioni hanno continuato a penalizzare la moneta unica. Allo stesso tempo, gli elevati rendimenti statunitensi a lungo termine e la domanda di beni rifugio hanno mantenuto un sostegno di fondo al dollaro.

Dall’altra parte del mondo, la Reserve Bank of Australia ha nel frattempo aumentato nuovamente i tassi, confermando che lo shock energetico sta producendo risposte differenti tra le principali economie. Il mercato non si domanda più soltanto quali banche centrali aumenteranno ancora i tassi, ma quali economie potranno sostenere un’ulteriore stretta senza intaccare la crescita economica.

MERCATI VALUTARI

L’EUR/USD ha iniziato la settimana in area 1,1370-1,1380, per poi perdere terreno con l’aumento dei rendimenti statunitensi e l’intensificarsi delle tensioni sui titoli francesi. Giovedì il cambio si è avvicinato a quota 1,12. Il dato debole sui payrolls ha successivamente favorito un parziale recupero, con la chiusura di venerdì vicino a 1,1260. Il bilancio settimanale ha visto l’euro perdere circa l’1%.

Il recupero è stato però breve. Nelle prime ore di lunedì l’EUR/USD ha rotto quota 1,12, raggiungendo un minimo vicino a 1,1160, il livello più basso degli ultimi diciassette mesi, prima di stabilizzarsi intorno all’area 1,12.

La debolezza dell’euro è stata visibile anche contro le altre principali valute. L’EUR/CHF è sceso venerdì verso 0,9325, con il franco tornato a beneficiare della domanda di beni rifugio. Questa mattina il cambio si è avvicinato ulteriormente a quota 0,93.

Anche la sterlina si è rafforzata. L’EUR/GBP ha chiuso vicino a 0,8520, con un calo settimanale di circa lo 0,9% per poi rompere la soglia 0,85 in apertura di lunedì. La valuta britannica è stata sostenuta dalla revisione al rialzo del PIL e dalle aspettative di un intervento della Bank of England entro la fine dell’anno.

L’EUR/JPY ha chiuso la settimana intorno a 177,70 per poi scendere in apertura verso 176,60. Nei confronti del dollaro, lo yen è invece rimasto debole, con l’USD/JPY sopra 158, dopo che il sondaggio Tankan ha ridimensionato le aspettative di un nuovo rialzo nel breve periodo della Bank of Japan.

MATERIE PRIME E GEOPOLITICA

  • Brent: chiusura venerdì a 102,25 dollari al barile, sostanzialmente invariato nella settimana. Seppur forte volatilità durante la settimana.

  • WTI: chiusura a 91,11 dollari, in calo dell’1,6%.

Le quotazioni sono state frenate dalla decisione dei Paesi del G7 di immettere sul mercato 100 milioni di barili di greggio e diesel provenienti dalle riserve strategiche. Anche le esportazioni mediorientali hanno mostrato segnali di ripresa, superando in alcune giornate i livelli precedenti all’inizio del conflitto. L’OPEC+ ha inoltre mantenuto invariati gli obiettivi produttivi per novembre.

La situazione rimane tuttavia fragile. Gli attacchi contro le navi commerciali nello Stretto di Hormuz e nel Golfo di Aden sono aumentati, mentre gli Houthi hanno rivendicato nuove operazioni contro infrastrutture saudite. Il governo yemenita sostenuto da Riyadh ha risposto annunciando una campagna militare per riconquistare le aree controllate dagli Houthi.

Il miglioramento dei flussi fisici non ha quindi eliminato il premio geopolitico. Costi di trasporto, assicurazioni e difficoltà nella raffinazione continuano a mantenere il Brent sopra i 100 dollari, nonostante l’aumento delle esportazioni. Questa mattina il Brent è sceso verso 101,60 dollari e il WTI vicino a 90 dollari.

L’oro ha perso circa il 3,4% nella settimana, chiudendo venerdì intorno a 4.140 dollari l’oncia. L’aumento dei rendimenti e la forza del dollaro hanno prevalso sulla domanda di beni rifugio. Questa mattina le quotazioni sono risalite leggermente verso 4.150 dollari, sostenute dalla riduzione delle probabilità di un rialzo Fed a ottobre.

STATI UNITI

Il rapporto sul lavoro di settembre ha mostrato un rallentamento più marcato delle attese:

  • Non-Farm Payrolls: +29 mila, rispetto ai +90 mila previsti.

  • Disoccupazione: 4,2%, dal 4,1%.

  • Salari medi orari: +0,1% mensile e +3,0% annuo.

  • Revisione complessiva di luglio e agosto: -60 mila posti di lavoro.

Gli altri indicatori hanno restituito un quadro meno negativo. L’inflazione PCE è aumentata dello 0,3% mensile e del 3,4% annuo, mentre la componente core si è attestata al 3,0%. La spesa dei consumatori è cresciuta dello 0,9%, confermando la tenuta della domanda interna.

Le posizioni aperte JOLTS sono scese a 7,079 milioni, ma i licenziamenti sono rimasti contenuti. L’ISM manifatturiero si è mantenuto in espansione a 54,5 punti, con la componente prezzi salita a 77,9.

Il quadro è quindi quello di un mercato caratterizzato da meno assunzioni, ma non ancora da una crescita significativa dei licenziamenti. La Fed potrebbe permettersi di attendere a ottobre, senza però considerare concluso il ciclo restrittivo.

EUROZONA

L’inflazione preliminare di settembre ha accelerato più delle attese, trainata soprattutto dall’energia:

  • Inflazione annuale: 3,8%, dal 3,2% di agosto.

  • Inflazione core: 2,5%, dal 2,4%.

  • Inflazione energetica: 18,8%.

  • Inflazione dei servizi: 3,2%.

L’attività industriale ha comunque mantenuto un buon ritmo. Il PMI manifatturiero definitivo è salito a 52,9 punti, il livello più alto da maggio 2022, mentre la disoccupazione è rimasta stabile al 6,4%.

Il principale elemento di rischio è arrivato dalla Francia. Le difficoltà politiche nell’approvare un piano di bilancio hanno alimentato le vendite sui titoli di Stato. Lo spread tra il decennale francese e quello tedesco ha superato i 150 punti base, con ripercussioni anche sui titoli italiani e belgi.

La BCE si trova così davanti a due forze opposte: l’inflazione suggerisce un nuovo rialzo, mentre l’inasprimento delle condizioni finanziarie invita alla prudenza.

RESTO DEL MONDO

In Australia, la Reserve Bank of Australia ha aumentato il tasso di 25 punti base, portandolo al 4,60%. È stato il quarto rialzo del 2026, per un totale di 100 punti base. La decisione è stata presa all’unanimità e la banca centrale ha lasciato aperta la possibilità di nuovi interventi in presenza di un’inflazione ancora elevata.

In Cina, il PMI manifatturiero ufficiale è tornato in espansione, salendo da 49,8 a 50,1 punti. Anche l’indice privato è migliorato a 52,1. Tecnologia ed esportazioni continuano a sostenere l’attività, mentre consumi interni e mercato immobiliare rimangono deboli.

In Giappone, il sondaggio Tankan ha mostrato un miglioramento della fiducia delle imprese manifatturiere, ma un indebolimento dei servizi. Il risultato mantiene aperta la possibilità di nuovi rialzi della Bank of Japan, senza però rendere necessario un secondo intervento consecutivo già a ottobre.

CONCLUSIONI

Negli Stati Uniti, il rallentamento del mercato del lavoro suggerirebbe una pausa della Fed a ottobre. Nell’Eurozona, l’inflazione richiederebbe invece una politica più restrittiva, ma le tensioni sulla Francia rendono più difficile un intervento immediato.

Il mercato attribuisce ora una probabilità inferiore al 20% a un rialzo Fed a ottobre, rispetto a circa il 70% di inizio settimana. Rimane invece elevata la possibilità di un nuovo aumento entro dicembre.

Questa settimana il calendario sarà meno intenso. Nella giornata di oggi verranno pubblicati gli indici definitivi dei PMI nell’Eurozona e l’ISM statunitense dei servizi.

Mercoledì arriveranno i verbali dell’ultima riunione della Federal Reserve, mentre giovedì sarà il turno dei verbali BCE, con l’attenzione rivolta al peso attribuito dal Consiglio direttivo all’inflazione energetica e alla possibilità di un nuovo rialzo entro dicembre. Venerdì verrà infine pubblicata la fiducia preliminare dei consumatori statunitensi dell’Università del Michigan.

Oltre ai dati, il mercato continuerà a seguire lo spread francese e gli sviluppi in Medio Oriente.