Italy: La settimana nei mercati - 4 Maggio
INTRODUZIONE
La scorsa settimana è stata caratterizzata da un complesso intreccio tra geopolitica e politiche delle banche centrali. Il conflitto tra Stati Uniti e Iran, insieme alle persistenti difficoltà nel traffico attraverso lo Stretto di Hormuz, ha continuato a rappresentare il principale fattore di volatilità. Questo contesto di incertezza ha spinto le banche centrali ad adottare un atteggiamento estremamente cauto, preoccupate che l’inflazione possa tornare a essere un problema.
Entrando più nel dettaglio, sul fronte monetario la settimana ha mandato un segnale piuttosto chiaro: le principali banche centrali restano in attesa, ma con un tono più prudente sul quadro macro e crescente preoccupazione per gli effetti sull’inflazione legati al persistere dello shock energetico. La Fed ha lasciato invariati i tassi, ma con un dissenso interno insolitamente elevato; la BCE ha confermato una linea prudente, pur lasciando il mercato orientato verso un possibile rialzo a giugno; la BoJ ha scelto di restare ferma, ma segnalando una crescente attenzione ai rischi di overshooting dell’inflazione; la BoE ha anch’essa mantenuto i tassi invariati, avvertendo però che l’inflazione potrebbe tornare a salire sensibilmente se i prezzi dell’energia restassero elevati. In definitiva, il mercato si trova sempre più di fronte a un classico dilemma da stagflazione: crescita più fragile, ma inflazione che non consente un allentamento rapido.
Questo contesto ha avuto un impatto diretto anche sul mercato valutario. Il dollaro non ha perso completamente il suo ruolo difensivo, ma la settimana ha mostrato una dinamica meno lineare rispetto al classico risk-off: da un lato il contesto geopolitico e il petrolio elevato continuano a sostenerlo; dall’altro, il crescente rumore politico attorno alla Fed e l’idea di una futura discontinuità nella politica monetaria americana impediscono una lettura pienamente unidirezionale.
In parallelo, in Asia il tema dominante sul mercato valutario è stato il Giappone. Dopo una fase di marcata debolezza dello yen, che aveva spinto USD/JPY oltre area 160, le autorità giapponesi hanno dato numerosi segnali su un possibile intervento sul mercato valutario, circostanza non confermata ma che si è materializzatatra giovedì e venerdì, giornate in cui la valuta giapponese ha guadagnato il 3.5% contro il dollaro, portandosi in area 156. Resta però un equilibrio fragile: dollaro forte, prezzi energetici elevati e guerra in Medio Oriente continuano a spingere USD/JPY verso l’alto, lasciando il mercato concentrato sul rischio di nuovi interventi o, nello scenario più estremo, di un coordinamento con gli Stati Uniti.
A rendere il quadro ancora più fragile si è aggiunto anche il fronte commerciale, con Trump che ha annunciato nuovi dazi sulle importazioni di auto e camion dall’Unione Europea, riaccendendo le tensioni transatlantiche proprio mentre la crescita europea mostra segnali di indebolimento.
STATI UNITI
• FOMC: tassi invariati al 3,50%-3,75%. → La decisione non ha sorpreso gli analisti, ma con 8 voti a favore e 4 contrari il livello di dissenso interno è stato il più alto dal 1992, segnale di una Fed meno compatta.
• Powell / governance Fed: Powell ha presieduto quella che potrebbe essere la sua ultima riunione da presidente, confermando l’intenzione di restare nel Board come governor. → Questo, insieme al via libera del Senate Banking Committee a Kevin Warsh, rafforza l’idea di una fase di transizione istituzionale potenzialmente delicata per la banca centrale.
• PIL Q1 preliminare: 2,0% vs 2,2% atteso. → Il dato segnala primi segnali di rallentamento, ma non abbastanza da cambiare in modo radicale la narrativa di resilienza dell’economia americana.
EUROZONA
• Inflazione (flash) area euro (aprile): 3,0% da 2,6% precedente. → L’energia è tornata a essere il driver dominante, rafforzando i timori di una nuova fiammata inflazionistica in un contesto di crescita debole.
• PIL Q1 area euro: crescita quasi ferma (+0,1%). → Il conflitto in Medio Oriente e il caro energia stanno iniziando a riflettersi in modo più evidente sull’attività economica del blocco.
• BCE: tassi invariati al 2,0%. → Il mercato guarda soprattutto a giugno, con una maggioranza di economisti che continua a vedere lì la prima finestra plausibile per un rialzo, se l’inflazione energetica dovesse restare persistente.
REGNO UNITO E ASIA
• BoE: tassi invariati al 3,75%, con voto 8-1. → La banca centrale ha mantenuto una linea prudente ma ha esplicitato che, in scenari di energia persistentemente alta, l’inflazione potrebbe tornare a salire in modo marcato nei prossimi trimestri.
• BoJ: tassi invariati allo 0,75%, ma con tre dissensi a favore di un rialzo a 1,0%. → Pur scegliendo di non muoversi subito, la banca centrale ha reso il tono più hawkish del previsto, alzando le stime di inflazione e lasciando aperta la porta a una stretta già a giugno se il rallentamento della crescita resterà gestibile.
• JPY / intervento: le autorità giapponesi hanno con ogni probabilità effettuato un intervento superiore a USD35bn per riportare USD/JPY sotto quota 160. → Il rafforzamento dello yen conferma che Tokyo considera area 160 una soglia critica, ma il mercato continua a testare questa linea in un contesto di dollaro forte, petrolio elevato e BoJ ancora prudente.
CONCLUSIONI
In sintesi, la narrativa della settimana si è spostata in modo più deciso verso un rischio di stagflazione: crescita più fragile, inflazione più alta e banche centrali meno libere di intervenire. Con queste variabili, la volatilità su cambi, tassi e asset rischiosi rischia di restare elevata. Anche per questa settimana il focus resterà concentrato sugli sviluppi in medioriente. Pochi i dati macroeconomici previsti in calendario, i dati sul mercato del lavoro statunitense quelli più rilevanti e la riunione della Reserve Bank of Australia che dovrebbe aumentare i tassi di riferimento dello 0,25%.
