Italy: La settimana nei mercati - 28 Settembre
INTRODUZIONE
I dati pubblicati la scorsa settimana hanno confermato la buona tenuta dell’economia sia negli Stati Uniti sia nell’Eurozona, nonostante l’aumento dei tassi e dei prezzi energetici.
Negli Stati Uniti, il PMI composito preliminare di settembre è salito a 58,4, il livello più alto da oltre cinque anni, accompagnato dalla crescita dell’occupazione più rapida da oltre quattro anni e da nuove pressioni sui costi. Il quadro rafforza la posizione restrittiva della Federal Reserve: il mercato attribuisce una probabilità intorno al 65% a un nuovo rialzo già nella riunione di ottobre.
Anche l’Eurozona ha sorpreso positivamente, con il PMI composito salito a 53,1, massimo da oltre tre anni. La crescita rimane più contenuta rispetto agli Stati Uniti, ma sufficientemente solida da mantenere aperta la possibilità di un nuovo intervento della BCE entro fine anno.
Sul fronte geopolitico, l’incontro tra Donald Trump e Xi Jinping ha prodotto progressi limitati sul commercio e sull’intelligenza artificiale. In Medio Oriente, invece, l’assenza di progressi tra Stati Uniti e Iran ha ridimensionato le speranze di una rapida de-escalation, mantenendo elevato il premio geopolitico sul petrolio.
MERCATI VALUTARI
L’EUR/USD aveva iniziato la settimana in area 1,1485, ma ha progressivamente perso terreno. La maggiore forza dell’economia americana, l’aumento dei rendimenti obbligazionari e le aspettative di nuovi rialzi Fed hanno spinto il cambio sotto 1,14, fino a un minimo vicino a 1,1360.
La chiusura intorno a 1,1390 ha lasciato l’euro in calo di circa lo 0,8% e nelle prime ore di lunedì, il cambio si è mantenuto vicino a 1,1380.
Il franco svizzero si è leggermente indebolito dopo la riunione della SNB, con l’EUR/CHF salito verso 0,9440. Dai massimi raggiunti a marzo, la valuta svizzera ha perso circa il 5% nei confronti dell’euro. Il movimento offre un sostegno all’inflazione e alle esportazioni, riducendo ulteriormente la probabilità di un intervento immediato sui tassi.
Lo yen ha recuperato terreno venerdì dopo che le autorità giapponesi hanno nuovamente espresso preoccupazione per la debolezza della valuta. Il recupero non ha però modificato il quadro generale: l’USD/JPY è tornato verso 157,70 lunedì, mentre l’EUR/JPY si è mantenuto vicino a 179,50.
La sterlina ha perso moderatamente terreno. L’EUR/GBP è salito verso area 0,8600, penalizzato dal rallentamento dei PMI preliminari britannici e dai dubbi sulla capacità della Bank of England di aumentare rapidamente i tassi senza indebolire ulteriormente la crescita.
MATERIE PRIME E GEOPOLITICA
Il petrolio ha registrato una settimana volatile. Il Brent è inizialmente sceso sotto $100 sulle speranze di una de-escalation tra Stati Uniti e Iran, per poi recuperare in assenza di progressi concreti nei negoziati, chiudendo venerdì in area $104 al barile.
Nel fine settimana, il rifiuto statunitense della proposta iraniana per la riapertura dello Stretto di Hormuz ha mantenuto elevato il rischio geopolitico, alimentato anche dagli attacchi Houthi contro infrastrutture saudite.
L’oro ha perso oltre il 2% nella settimana, chiudendo intorno a $4.285 l’oncia, penalizzato dal rafforzamento del dollaro e dall’aumento dei rendimenti.
Sul fronte commerciale, l’incontro Trump-Xi ha portato a un accordo per una riduzione reciproca dei dazi per circa $30 miliardi e alla creazione di un canale di confronto sull’intelligenza artificiale. Rimangono tuttavia importanti divergenze su tecnologia, terre rare e Taiwan.
DATI MACRO
Negli Stati Uniti, i PMI preliminari hanno confermato una crescita robusta:
PMI composito: 58,4, da 56,0.
PMI manifatturiero: 57,0.
PMI servizi: 58,7.
Nuove richieste di sussidi di disoccupazione: 197 mila, dalle 198 mila precedenti.
Vendite di nuove abitazioni: +6,4%, a 684 mila unità annualizzate.
Ordini di beni strumentali core: +1,6%.
La fiducia dei consumatori dell’Università del Michigan è invece scesa a 48,1, mentre le aspettative di inflazione a un anno sono salite al 4,6%.
Nell’Eurozona, il PMI composito è salito a 53,1, con servizi a 53,0 e manifatturiero a 52,7. La crescita è stata sostenuta dalla Germania, mentre la Francia è tornata in espansione per la prima volta in dieci mesi. Secondo S&P Global, i dati sarebbero coerenti con una crescita trimestrale del PIL vicina allo 0,4%.
Nel Regno Unito, il PMI composito è sceso a 51,7, confermando una crescita più debole. In Giappone, l’aumento del 3,7% dei prezzi dei servizi alle imprese mantiene aperta la possibilità di ulteriori rialzi della BoJ.
CONCLUSIONI
Le rilevazioni preliminari dei PMI hanno confermato che l’aumento dei tassi e dei prezzi energetici non ha ancora provocato un rallentamento significativo dell’attività economica. La crescita statunitense continua a superare quella europea, sostenendo il dollaro e rafforzando le aspettative di un nuovo rialzo della Federal Reserve.
La BCE si trova davanti a un quadro simile: attività in miglioramento, credito in ripresa e pressioni inflazionistiche nuovamente in aumento. Un altro intervento entro dicembre rimarrebbe quindi probabile.
Questa settimana l’attenzione si concentrerà innanzitutto sulla Reserve Bank of Australia. Martedì il mercato attribuisce una probabilità vicina al 90-95% a un rialzo di 25 punti base, dal 4,35% al 4,60%, dopo che la governatrice Michele Bullock ha segnalato rischi inflazionistici legati all’energia e alla forza della domanda interna.
Venerdì saranno invece pubblicati due dati particolarmente importanti: inflazione preliminare dell’Eurozona, attesa in accelerazione dal 3,2% al 3,6%, e Non-Farm Payrolls USA, con il consenso intorno a 85 mila nuovi posti di lavoro e disoccupazione stabile al 4,1%.
Entrambi saranno determinanti per le prossime decisioni di BCE e Fed e, di conseguenza, per la direzione dell’EUR/USD.