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January 19, 2026Cross-Border
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Italy: La settimana nei mercati - 19 Gennaio

INTRODUZIONE

La settimana appena conclusa ha confermato un contesto di mercato dominato da incertezza e fragilità, con gli investitori chiamati a navigare tra segnali macro contrastanti, pressioni politiche crescenti e un quadro geopolitico che continua a generare premio al rischio. L’incertezza resta elevata, mentre i mercati faticano a individuare una direzione chiara di medio periodo.

Negli Stati Uniti, il focus si è spostato in modo significativo dalla sola dinamica macroeconomica alla credibilità e indipendenza della Federal Reserve. Il Dipartimento di Giustizia ha avviato un’indagine penale nei confronti di Jerome Powell, contestando presunte dichiarazioni fuorvianti relative ai costi di ristrutturazione degli edifici della Fed. L’iniziativa è stata letta dai mercati come un attacco di alto profilo da parte dell’amministrazione Trump, che nelle ultime settimane ha intensificato le pressioni politiche per un allentamento monetario più aggressivo.

La reazione internazionale non si è fatta attendere: numerosi governatori di banche centrali, inclusi esponenti di Australia, Nuova Zelanda e altri Paesi OCSE, hanno espresso pubblicamente sostegno a Powell, sottolineando come la difesa dell’indipendenza delle banche centrali sia un pilastro fondamentale della stabilità finanziaria globale. Paradossalmente, il rumore politico ha rafforzato la linea di cautela della Fed, contribuendo a un riprezzamento significativo delle aspettative sui tassi: se fino a poche settimane fa il mercato scontava uno o due tagli nel 2026, sta ora prendendo piede lo scenario di tassi fermi più a lungo, se non addirittura di nessuna riduzione.

Sempre sul fronte geopolitico, sono tornate al centro del dibattito le dichiarazioni dell’amministrazione statunitense sulla Groenlandia, definita strategica per la sicurezza nazionale americana. Nonostante le pressioni politiche e un vertice dedicato a Washington, né Copenaghen né Nuuk hanno mostrato apertura a ipotesi di cessione o annessione, ribadendo che l’isola non è in vendita. Il tema si inserisce in un contesto più ampio di tensioni nell’area artica, amplificate da timori su presunti interessi russi e cinesi nella regione. Creano scalpore in Europa le minacce del Presidente Trump che, tramite il suo social Truth, ha annunciato dazi aggiuntivi ai Paesi che hanno inviato soldati in Groenlandia. Per Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Olanda, Finlandia e Regno Unito da Febbraio 10% in più rispetto agli accordi già presi e da giugno l’incremento sarà del 25%, e tali condizioni saranno valide fino a quando gli States non raggiungano un accordo per l’acquisizione completa dello stato. Le Cancellerie europee sono al lavoro per rispondere formalmente all’atto di Trump e le contromisure prevedono i controdazi che erano stati già preparati da Bruxelles e che erano stati congelati alla luce dell’accordo raggiunto lo scorso luglio con gli USA. Ad ogni modo, la parola d’ordine nel Continente europeo è de-escalation: si tenterà in primis la via diplomatica per risolvere la questione e il ritrovarsi da oggi a Davos per il consueto appuntamento annuale del World Economic Forum offrirà possibilità di confronto tra le parti.

A ciò si aggiunge il riaccendersi delle tensioni tra Stati Uniti e Iran. Le proteste interne e la dura repressione del regime hanno spinto Washington ad alzare i toni, arrivando a ribadire che “tutte le opzioni restano sul tavolo”. Nelle fasi più acute si è parlato apertamente di possibili interventi militari mirati, anche alla luce di movimenti tattici di asset statunitensi nella regione. Negli ultimi giorni, tuttavia, è emersa una linea più prudente, favorita dalla mediazione diplomatica di attori regionali come Qatar, Arabia Saudita e Turchia. L’opzione militare resta quindi uno strumento di deterrenza più che uno scenario imminente.

Dal punto di vista macro, i dati statunitensi continuano a restituire un’immagine di resilienza senza slancio: l’inflazione di dicembre si è attestata al +2,7% su base annua, con la componente core al 2,6%, segnalando pressioni ancora persistenti; i consumi restano solidi, mentre il mercato del lavoro mostra solo segnali marginali di raffreddamento. Sul fronte manifatturiero, alcuni indicatori regionali – come l’Empire State Index – hanno sorpreso positivamente, suggerendo un miglioramento localizzato dell’attività.

In Europa, emergono segnali lievemente più costruttivi dalla Germania, dove le prime stime indicano una crescita del PIL 2025 pari allo 0,2%, segnando l’uscita da una lunga fase recessiva. Il recupero appare tuttavia fragile e sostenuto prevalentemente da consumi e spesa pubblica, mentre investimenti ed export restano deboli. Nel complesso, la narrativa europea rimane quella di una crescita modesta e disomogenea, che continua a giustificare l’approccio prudente della BCE.

Nel loro insieme, questi elementi confermano un inizio d’anno caratterizzato da incertezza strutturale, in cui il rischio politico e geopolitico pesa tanto quanto i fondamentali macroeconomici, rendendo i mercati particolarmente sensibili a qualsiasi nuovo catalizzatore.

STATI UNITI

  • Inflazione (CPI dicembre 2025): +0,3% m/m e +2,7% a/a; la componente core si attesta al +2,6% a/a. Il dato conferma un processo disinflattivo lento e irregolare, con pressioni sui prezzi ancora persistenti.

  • Prezzi alla produzione (PPI novembre): atteso in lieve accelerazione (+0,3% m/m headline, +0,2% core), segnale che le pressioni a monte non sono del tutto rientrate.

  • Vendite al dettaglio (novembre): previste in crescita di circa +0,4% m/m, indicando una domanda dei consumatori ancora resiliente nonostante il contesto di tassi elevati.

  • Mercato del lavoro: le richieste iniziali di sussidi leggermente al di sotto delle attese 198k vs 215k atteso.

EUROZONA

Germania

  • PIL 2025: +0,2% a/a secondo le prime stime di Destatis. L’economia tedesca esce formalmente dalla recessione, sostenuta da consumi delle famiglie e spesa pubblica. Restano tuttavia deboli investimenti ed esportazioni, confermando una ripresa ancora fragile e sbilanciata.

COMMODITIES & ALTRI MERCATI

  • Petrolio: stabile in area $60.

  • Oro: supera i massimi oltre i $4.600/oncia – record anche dell’argento in area $90/oncia

  • Bitcoin: in area $95.000

CONCLUSIONI

Il quadro che emerge è quello di un’economia globale in fase di transizione, dove i segnali di rallentamento diventano più evidenti ma non ancora sufficienti a fornire una direzione chiara alla politica monetaria. Negli Stati Uniti, la Fed si trova a bilanciare il rischio di un indebolimento del mercato del lavoro con la necessità di evitare un allentamento prematuro delle condizioni finanziarie.

In Europa, la stabilità dell’inflazione non basta a compensare una crescita strutturalmente debole, mentre nel Regno Unito l’attenzione si sposta sempre più sulla capacità della Bank of England di sostenere l’economia. In Asia, una Bank of Japan più restrittiva e una Cina ancora fragile aggiungono ulteriori elementi di incertezza.

In questo contesto, la volatilità appare destinata a rimanere un elemento strutturale dei mercati nelle prossime settimane. Oltre agli sviluppi geopolitici, l’attenzione degli operatori sarà rivolta ai prossimi dati sul PIL statunitense e sulla riunione della Bank of Japan per la decisione sui tassi di interesse.